FIBROMIALGIA: quello che c’è da sapere di una patologia mal curata.

26 Gen

La Fibromialgia (F) è una delle patologie più sfuggenti, misconosciute, invalidanti, dell’epoca moderna.

Di solito viene definita “idiopatica”, cioè di origine sconosciuta.

Vediamo la definizione di questa patologia tratta da Wikipedia:
La fibromialgia o sindrome fibromialgica o sindrome di Atlante, è una sindrome caratterizzata da dolore muscolare cronico diffuso associato a rigidità. La sua diagnosi e caratteristiche cliniche sono controverse. Le possibili cure sono oggetto di continui studi; la malattia potrebbe essere riconducibile all’attività lavorativa svolta dal soggetto debilitato. La reale eziologia è sconosciuta, ma è considerata una malattia reumatica.

Controverso….sconosciuta…ma veramente?

Malattia vera o psicosomatica?

Ci sono molti altri sintomi, oltre il dolore, nei pazienti fibromialgici: fatica, insonnia, cefalea, disturbi intestinali, brain fog (mente annebbiata), scarsa memoria etc etc.

L’atteggiamento che la maggior parte di noi medici ha verso la F è di considerarla a genesi sconosciuta con una forte componente “neuropsicogena” ovvero “in qualche modo c’entra il sistema nervoso e la mente” ovvero, detto in maniera ancora più cruda, “nasce tutto dentro la tua testa”. E siccome non si sa bene dove andare a parare per curarla, la tendenza è quella di utilizzare per le pazienti (la F colpisce circa il 5% della popolazione mondiale, soprattutto le donne tra i 20 e i 50 anni) dei farmaci che sopprimono il dolore (ma non la causa del dolore) e rintontiscono la mente (tranquillanti e psicoterapici).

In altre parole spesso la paziente viene presa per una donna con la mente malata, più bisognosa di uno psicologo che di un medico.

Eppure esistono delle alterazioni organiche obiettive nel paziente fibromialgico:

  1. Tessuto muscolare disorganizzato con accumulo di lipofuscina (che denota invecchiamento del muscolo), frammentazione del DNA, con aree di contratture localizzate.
  2. Accumulo di glicogeno e grassi dentro le cellule a denotare che i mitocondri (presenti in numero ridotto) non funzionano bene. La produzione di energia nella cellula è quindi compromessa.
  3. Anormalità dell’asse ipotalamo-ipofisi-surrene.
  4. Aumento nel cervello di glutammato, omocisteina e interleukina-8.
  5. Aumento delle citochine infiammatorie circolanti a denotare uno stato di Infiammazione Cronica di Basso Grado.
  6. Crescita di batteri in parti dell’intestino dove non dovrebbero esserci: la cosiddetta SIBO.
  7. Aumento della permeabilità intestinale: il cosiddetto leaky gut ovvero un intestino colabrodo che fa passare di tutto al cospetto del sistema immunitario e nel sangue.
  8. Carenza di Vitamina D in molti pazienti.
  9. Bassi livelli ematici di triptofano; un aminoacido precursore di serotonina e melatonina la cui carenza determina ansia, depressione, attacchi di fame, sonno disturbato etc etc.
  10. Stress ossidativo per i problemi già citati ai mitocondri e la mancanza di alcuni nutrienti (magnesio, zinco, Vitamina B12 etc etc).

Tutte queste anomalie presenti nel paziente fibromialgico possono non solo spiegare i sintomi di questa malattia ma anche indicare la strada da intraprendere per guarire.

In sostanza, il dolore fibromialgico origina a livello muscolare a seguito dello stress ossidativo e dello stato infiammatorio, e viene eccessivamente amplificato a livello del midollo spinale e del cervello [in gergo medico questo fenomeno viene descritto con due nomi, Allodinia (si scambia uno stimolo non doloroso per uno doloroso) e Iperalgesia (uno stimolo doloroso modesto viene sentito come molto doloroso e molto duraturo)].

Chi segue questo blog sa che la maggior parte delle malattie croniche moderne nascono da uno stato di infiammazione subclinica (il paziente non se ne accorge) legato ad una alimentazione sbagliata e ad uno stile vita non consono con la nostra natura (tanto stress e poco sonno). Spesso rimediare a queste cose porta ad un miglioramento o addirittura ad una scomparsa della patologia di cui si soffre.

La F non è differente. Si può guarire o comunque stare molto meglio prendendo i giusti provvedimenti. Ma questo ai pazienti non viene detto.

Cosa si sente dire il paziente?

“La F è un problema che dura tutta la vita, e nasce nel sistema nervoso centrale che amplifica il dolore.” Traduzione: “Non guarirai mai e devi prendere i farmaci tutta la vita”.

“Non esiste una cura ma i farmaci possono far diminuire i sintomi”. Traduzione: “Smetti di cercare una soluzione e affidati ai farmaci.”

“C’è una componente genetica nella F anche se non basta per avere la malattia”. Traduzione:”Non ci abbiamo capito nulla, ma non puoi fare a meno di noi.”

“I muscoli e gli organi non sono danneggiati, è solo il cervello che amplifica il dolore”. (Affermazione palesemente falsa visto che come abbiamo visto i pazienti sono pieni di alterazioni biochimiche e organiche). Traduzione: “Gli psicofarmaci sono l’approccio adatto a te”.

Diagnosi differenziale

Ci sono delle condizioni che possono dare sintomi simili alla F oppure possono aggravarla. Vediamo le principali.

Ipotiroidismo

L’ipotiroidismo può causare un dolore diffuso cronico, fino nei casi più gravi a causare una vera e propria miopatia (malattia del muscolo). E’ fondamentale in chi abbia dolore cronico muscolo-tendineo valutare la funzionalità tiroidea misurando tutti gli ormoni tiroidei e non solo il Tsh. Spesso anche degli ormoni tiroidei entro il range di normalità non sono garanzia del fatto che l’ipotiroidismo non sia la causa del dolore, soprattutto se i valori degli ormoni si colloca nella parte bassa del range di normalità.

Carenza di Vitamina D

Un quadro molto simile alla F può essere determinato dalla carenza di Vitamina D. Dolore cronico, depressione, ansia, infiammazione cronica sono sintomi tipici della carenza grave di vitamina D. La supplementazione con 5000-10000 UI giornaliere di vitamina D si associa ad un aumentato benessere e miglioramento del tono dell’umore.

Infezioni da Clamidia e Micoplasma

Infezioni da Micoplasma sono state trovate nel 50% per soggetti affetti da F e/o Sindrome da Fatica Cronica. Stessa cosa si può dire della Clamidia i cui anticorpi appaiono spesso presenti in soggetti con sindrome da fatica e infiammazione cronica.

Ferro

L’emocromatosi (eccesso di ferro) è una delle malattie genetiche diffuse in occidente. Si accompagna spesso a dolore cronico muscolare. Le manifestazioni dolorose sono classicamente alle articolazioni ma talvolta possono ricordare quelle della F.

E’ la carenza di ferro invece che può portare a cefalea ed essere anche la causa di una ridotta produzione intracellulare di energia con conseguente dolore cronico fibromialgico come evidenzia uno studio del 2010 sul Eur J Clin Nutr.

Intossicazione da Metalli

L’intossicazione da metalli pesanti come Mercurio e Piombo è notoriamente alla base di molte manifestazioni croniche dolorose muscolo-scheletriche. Da tenere sempre a mente quando si ha a che fare con un dolore cronico di questo tipo.

Una spiegazione alternativa delle cause della Fibromialgia: il ruolo della SIBO

Abbiamo visto come in realtà vi siano molti elementi reali, organici, nella genesi della F e come non si possa sbrigativamente ascriverla ad un cervello che amplifica i segnali dolorosi o ad una psiche troppo debole e autocondizionantesi.

Da dove potrebbe quindi nascere la F? Come molte malattie moderne croniche, l’origine potrebbe essere legata ad una disbiosi intestinale o SIBO (Crescita anomala di batteri nel piccolo intestino) che dir si voglia. Ci sono ormai tantissimi riferimenti nella letteratura scientifica che fanno propendere per questa ipotesi.

La cosa avverrebbe in questo modo:

1) L’eccesso di crescita batterica intestinale fa sì che aumenti la produzione intestinale di tossine (una delle più conosciute è un componente della parete batterica che si chiama LPS) e sostanze infiammatorie/tossiche per i mitocondri (come il D-Lattato ed il H2S, l’acido solfidrico).

2) Il sistema immunitario del cervello (detto “microglia” ) viene attivato direttamente da queste tossine (LPS etc) e indirettamente da altre sostanze infiammatorie (citochine) che il nostro corpo produce quando deve combattere un’infezione.

3) La microglia stimola i neuroni e questo causa un aumento della attività cerebrale glutaminergica che causa una sensibilizzazione cerebrale eccessiva agli stimoli dolorosi, depressione e fatica.

4) La disfunzione dei mitocondri (che sono i luoghi dove si produce l’energia) nelle cellule cerebrali esacerba la disfunzione cerebrale con ulteriore attivazione della microglia.

5) A livello periferico la disfunzione mitocondriale facilita il dolore ed il circolo vizioso dello stress ossidativo.

Sono molti gli studi che supportano l’ipotesi che la Sibo abbia molto a che fare con la F. Ad esempio uno studio di Pimentel del 2004 dimostra che su 42 pazienti con F studiati, tutti e 42 avevano la SIBO: in essi il dolore fibromialgico era direttamente proporzionale al livello di idrogeno rilevato al Breath Test.

Anche gli studi sugli animali dimostrano questo. Uno studio di Othmanm del 2008 ci ricorda che è possibile provocare dolore cronico negli animali se essi vengono messi a contatto con tossine batteriche e che la SIBO può avere un ruolo nel provocare ipersensibilità al dolore negli esseri umani. Per non parlare del nervo vago, che collega l’intestino al cervello, attraverso il quale può avvenire l’ipersensibilizzazione del cervello al dolore da parte delle tossine batteriche.

I batteri che spesso predominano nella SIBO sono quelli che producono il D-lattato e un’altra tossina, l’acido solfidrico come detto sopra. Il D-lattato provoca fatica muscolare e dolore mentre l’acido solfidrico danneggia il DNA riducendo la produzione di energia intracellulare.

Amarla nel 2008 ci ha ricordato che la sensazione del dolore può aumentare in seguito ad infiammazione acuta e cronica dimostrandolo in topi sterili nei quali l’inoculazione di tossine batteriche provocava una risposta dolorosa eccessiva.

Yamaguchi nel 2011 fa un gran bell’esperimento e dimostra che per creare una persistente eccessiva risposta dolorosa negli animali la tossina batterica LPS deve essere somministrata a basse dosi! Alte dosi non provocano dolore. Ecco dunque di nuovo il concetto di infiammazione cronica di basso grado che ritorna. Per avere un eccesso di risposta al dolore anche l’essere umano probabilmente ha bisogno di una intossicazione non massiccia ma di basso grado quale è quella che si ha nella SIBO.

Ecco quindi che possiamo articolare meglio la sequenza di eventi che porta alla F:

1) La SIBO determina un aumentato assorbimento nel circolo sanguigno di bassi livelli di tossine batteriche e altre sostanze infiammatorie che causano una Infiammazione Sistemica di Basso Grado, con produzione da parte del sistema immunitario di sostanze infiammatorie come prostacicline e citochine.

2) Queste sostanze arrivano al cervello e lo infiammano (attivando la microglia). Non solo, il D-lattato e l’acido solfidrico prodotti in eccesso in caso di SIBO danneggiano i mitocondri delle cellule cerebrali con conseguente malfunzionamento delle medesime.

3) Le cellule cerebrali vengono attivate aumentando la produzione di glutammato che sensibilizza il cervello al dolore e lo rende iperresponsivo al dolore stesso. In poche parole il cervello amplifica il dolore a seguito di questi eventi. Non solo, compare anche depressione, brain fog (cervello annebbiato) e ansia. L’eccesso di attività cerebrale porta alla sovrapproduzione di radicali liberi che concorrono a perpetuare il danno ed i sintomi. Il cervello insomma è in fiamme.

4) Il danno da tossine, D-lattato e acido solfidrico avviene anche a livello muscolare, come ho detto all’inizio. La F non è solo un problema cerebrale!

Come curare la Fibromialgia?

Se sappiamo dove nasce la patologia è più facile pensare alla possibili soluzioni. Ecco gli approcci più di successo che possono essere usati spesso contemporaneamente sotto la guida di un terapeuta esperto. Nella bibliografia trovate il riferimento a lavori scientifici che supportano molti di questi approcci.

1) Modificare la dieta in senso evolutivo (paleo dieta). Mangiare verdure, frutta, carne, pesce, uova, esclusivamente! Eliminare i cibi moderni che facilitano la crescita di batteri indesiderati nell’intestino. Ridurre i cibi ricchi di carboidrati che possono aumentare la fermentazione intestinale.

2) Cercare di eradicare i batteri inizialmente con prodotti naturali come la berberina, l’Artemisia, l’olio di origano o di menta. Se non funzionano si possono usare antibiotici particolari come la rifaximina.

3) Supportare la salute della mucosa intestinale con vitamina A, glutammina e zinco.

4) Ottimizzare i valori di Vitamina D portandoli nella parta alta del range di normalità.

5) Valutare l’uso di omega 3 antinfiammatori e GLA.

6) I probiotici hanno un loro ruolo anche se è necessario calcolare la tempistica perché possono peggiorare la SIBO in taluni casi.

7) La Vitamina B12 è fondamentale in tutti i pazienti con F perché riduce significativamente l’infiammazione e l’omocisteina cerebrale. Da utilizzare nella forma di idrossicobalamina o metilcobalamina.

8) Il Triptofano (precursore di alcuni neurotrasmettitori cerebrali) ha dimostrato in studi clinici di ridurre i sintomi della F.

9) Il Magnesio è utilissimo nel ripristinare le funzioni relative alla produzione di energia cellulare. Riduce la neurotossicità cerebrale.

10) La Vitamina C è molto importante in tutti i soggetti che soffrono di dolore cronico per il suo effetto antiossidante e rigeneratore del tessuto connettivo.

11) Coenzima Q10. I pazienti fibromialgici hanno livelli ematici di CoQ10 ridotti del 40%. I pazienti che lo prendono vedono ridursi i sintomi (dolori e cefalea) significativamente. I soggetti che non rispondono ai dosaggi più bassi del range terapeutico possono rispondere a quelli più alti.

12) Melatonina. Potente antiossidante, migliora la salute dei mitocondri e la produzione di ATP (energia). Si è dimostrata molto utile nel trattamento della fibromialgia in diversi trial clinici. Riduce l’attivazione della microglia (sistema immunitario) cerebrale.

13) Acetil-L-Carnitina. Ha un ruolo critico nel migliorare la produzione mitocondriale di ATP.

14) D-Ribosio. Aumenta la produzione mitocondriale di ATP.

15) Creatinina Monoidrato. Migliora la produzione di ATP da parte dei mitocondri e l’utilizzazione dell’ossigeno nel muscolo e nel cervello.

16) Balneoterapia termale. In un trial clinico 15 bagni termali di 20 minuti lungo 3 settimane hanno ridotto significativamente gli indici infiammatori e migliorato i sintomi clinici.

17) Evitare i vizi che aumentano l’omocisteina cerebrale: alcol, eccesso di caffè, fumo.

18) Riduzione dell’esposizione a elementi tossici/chimici/cosmetici. Le intossicazioni possono essere alla base di molti casi di fibromialgia. Ad esempio, uno studio del 2004 ha dimostrato che l’astensione per due anni da creme, cosmetici, unguenti etc etc riduce significativamente i sintomi della fibromialgia.

18) Il testosterone riduce l’attivazione della microglia avendo funzioni immunomodulatorie e antinfiammatorie con conseguente riduzione della ipersensibilizzazione cerebrale al dolore.

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Gli ormoni in menopausa (Seconda Parte)

6 Dic

Proseguiamo il tema della terapia ormonale in Menopausa (M) iniziato nel primo post di questa serie. Se non lo avete ancora fatto prima di proseguire leggete il primo post della serie .

Progesterone: il naturale alter ego degli Estrogeni

Dopo qualche tempo dall’introduzione della Terapia Sostitutiva Ormonale (Tos) in M i medici si accorsero che l’utilizzo degli Estrogeni (E), pur estremamente benefico, si accompagnava ad un aumentato sanguinamento uterino. Infatti gli E tendono a stimolare l’endometrio e possono causare sanguinamento: se la stimolazione è prolungata ed eccessiva possono anche provocare il tumore dell’endometrio.

Cosa impedisce dunque alle giovani donne, ad esempio, di ammalarsi tutte di tumore all’utero visto che la gioventù è la fase della vita in cui gli E sono più abbondanti? Semplice, il Progesterone (P). Il P è prodotto dal corpo luteo nella seconda parte del ciclo mestruale, ma anche dalle surrenali e durante la gravidanza dalla placenta.

I medici dunque furono veloci nell’inserire anche il P nella Tos delle donne che la facevano negli anni ’70. L’utilizzo del P evita questi problemi di “dominanza estrogenica” con la susseguente eccessiva stimolazione di alcuni tessuti da parte degli E.

Purtroppo nelle donne il P tende a diminuire già quando esse raggiungono una età tra i 30 e i 40 anni di età, per poi scomparire quasi del tutto in M.

E’ quindi di fondamentale importanza ricordarsi che la Tos non può essere fatta senza utilizzare anche il P.

Caratteristiche del Progesterone

Oltre che contrastare gli effetti di un eccesso di E, il P bioidentico (B.I.) ha la straordinaria capacità di agire come antidepressivo, tranquillante ed anche come antidolorifico (sarà per il P che le donne sopportano il dolore meglio degli uomini?).

Un esempio delle capacità curative del P B.I. lo vediamo nella PMS, (sindrome premestruale), i cui sintomi, spesso sono dovuti al repentino calo del P nell’ultima parte del ciclo. L’utilizzo del P B.I. spesso risolve o migliora sensibilmente i sintomi della PMS.

Il P B.I. aiuta anche a trattare molti sintomi della M: cefalea, sbalzi di umore, instabilità emotiva. Quindi le donne che non possono prendere gli E in M possono usare comunque il P per alleviare molti sintomi di questa condizione.

Effetti sul sistema cardiovascolare

Molti studi dimostrano che il P.B.I. agisce in sinergia con gli E aiutando ad impedire la formazione della placca aterosclerotica nelle arterie. I Progestinici (molecole di sintesi simili al P) invece hanno l’effetto opposto, favorendo l’arterioscloerosi.

Non solo, il P B.I. aiuta gli E ad abbassare il colesterolo “cattivo” (LDL) e ad aumentare quello “buono” (HDL).

L’utilizzo quindi dei Progestinici mentre ha un effetto positivo sulla riduzione dell’incidenza di tumore all’utero (altrimenti non avrebbe senso fossero in commercio) non aiuta affatto nel prevenire la malattia cardiovascolare, anzi sembrano aggravarla.

Effetti sull’osso

Il P B.I. aumenta gli effetti positivi degli E sulle ossa. Le donne che prendono E più P B.I. possono sperare non solo di non veder comparire l’Osteoporosi ma anche di aumentare la densità ossea.

Non ho l’utero, che lo prendo a fare il P B.I.?

Anche le donne senza utero devono senz’altro prendere il P B.I. in M. E’ vero che il P si cominciò ad usarlo per contrastare gli effetti negativi degli E sull’utero, ma ormai sappiamo che oltre a ciò il P B.I. ha tantissimi altri effetti positivi.

Progesterone B.I. o Progestinici?

Gli studi che hanno gettato una cattiva luce sulla Tos facevano uso di Progestinici, non di P B.I. Facevano uso di E equini non di E B.I.

I Progestinisci sono molecole di sintesi simili al P ma non uguali, e spesso con effetti molto diversi dal vero P sul nostro corpo. Anche molti medici non apprezzano la differenza e talvolta negli studi scientifici si fa confusione tra le due molecole.

Vediamo le differenze nel dettaglio.

Il P B.I.:

  1. Previene l’Osteoporosi
  2. Aiuta il cuore ed il sistema circolatorio
  3. Abbassa il colesterolo
  4. Migliora la qualità della vita
  5. Aumenta i benefici degli E
  6. Previene il tumore al seno e all’utero
  7. Previene l’atrofia vaginale
  8. Migliora la PMS (sindrome premestruale)

I Progestinici invece:

  1. Possono causare tumore al seno
  2. Possono causare depressione
  3. Possono causare aumento di peso
  4. Possono causare embolia polmonare o cerebrale
  5. Possono causare dolorabilità al seno
  6. Possono causare ritenzione idrica e gonfiore.

Come vedete nonostante spesso vengano confuse, gli effetti di queste due molecole sono molto diversi. Il P B.I. è praticamente privo di effetti collaterali importanti se si esclude la sonnolenza, che comunque può essere evitata assumendolo in forma sublinguale.

Progesterone e Tumore al seno

Come avete letto sopra il P B.I. protegge dal tumore al seno, cosa molto importante da ricordare. Questo avviene attraverso diversi e complicati meccanismi (Espressione del gene P53 che blocca la crescita delle cellule cancerose, Stimolazione delle BCRP, le Breast Cancer Resistence Proteins, etc).

Se le donne in M perdono gli E perché vi è dunque un aumento di tumore al seno in questa fase della vita?

E’ proprio la carenza di P in M a causare un aumento del tumore al seno. Infatti lo Studio WHI ha dimostrato che gli E da soli non provocano un aumento del tumore al seno (Anzi gli E insieme al P fanno aumentare le BCRP, che sono protettive!!) (qui è spiegato perché le donne sopravvissute ad un tumore al seno possono prendere gli E in M).

I Progestinici come il medrossiprogesterone invece causano un aumento del tumore al seno di 8-9 volte. Legandosi agli stessi recettori del P nel seno impediscono il funzionamento del P stesso.

Quindi in sintesi:

GLI ESTROGENI NON PROVOCANO IL CANCRO.

I PROGESTINICI TENDONO A PROVOCARE IL CANCRO.

IL PROGESTERONE PROTEGGE DAL CANCRO.

 

Controindicazioni alla Tos

Ci sono dei casi in cui la terapia con E per via orale è controindicata.

Sostanzialmente sono i casi in cui le arterie della donna sono già in qualche modo “rovinate”:

  • Perché sono passati più di 10 anni dalla M e le arterie si sono probabilmente indurite e deteriorate a causa della assenza di E .
  • Perché è presente ipertensione arteriosa.
  • Perché è presente diabete.
  • Perché è presente sovrappeso (BMI sopra 30).
  • Perché ci sono fattori di rischio cardiovascolari.
  • Perché c’è una storia di Trombosi Venosa Profonda o Embolia Polmonare.

In questi casi è comunque possibile pensare di usare gli E transdermici che hanno meno effetto a livello dei vasi ma hanno anche meno effetti positivi degli E presi per bocca.

Chi prescrive la Tos?

Un qualsiasi medico che la conosca e la sappia maneggiare. Non conta la specializzazione. No assolutamente al fai da te.

Dove si trovano gli Ormoni Bioidentici?

Si trovano nelle poche farmacie specializzate che li preparano come prodotti galenici su prescrizione medica. Anche alcuni farmaci in commercio contengono Ormoni Bioidientici (Es. Progefikk, che contiene P B.I.) ma purtroppo spesso contengono degli eccipienti “orribili” (dal mio punto di vista) tipo olio di arachidi.

Per quanto tempo si deve fare la Tos?

Secondo me (e la letteratura scientifica) fino a 110 anni.

Che controlli devo fare?

Lo scopo della Tos è ottenere dei valori ematici ormonali che siano sufficienti ad avere un effetto benefico. Quindi nel primo anno bisogna controllare i valore ematici ormonali spesso, fino a che il dosaggio della Tos non è corretto. Una volta che si è trovata la dose giusta ci si può controllare una volta all’anno.

Quanto costa la Tos con Ormoni Bioidentici?

Purtroppo costa, perché si tratta di prodotti galenici molto sofisticati e sono poche farmacie a farli. Diciamo diverse centinaia di euro all’anno se si vuole i prodotti migliori.

Gli ormoni in menopausa: una “toppa” o una terapia salvavita? Il ruolo degli ormoni bioidentici (Prima Parte)

5 Dic

Premessa

Dire Menopausa (M) significa dire “maturità”, “senescenza” e infine “vecchiaia”. E’ quella fase della vita di una donna che segue agli anni della fertilità, dove alcuni ormoni smettono di essere prodotti in quantità significative.

Cominciano spesso a comparire sintomi fastidiosi, il fisico si modifica, lo spirito e la mente talvolta.

Tutto questo si porta dietro paure, fastidi, ma anche in molti casi una transizione non troppo difficile negli anni della maturità. Gli “ormoni mancanti” sono la chiave per capire cosa aspettarsi e come affrontare questo periodo, inevitabile, della vita di una donna.

Gli Ormoni mancanti

Tra i principali ormoni mancanti nella donna dopo i 50 anni troviamo gli Estrogeni (E) ed il Progesterone (P) prodotti da ovaie e surreni. Le ovaie ed i surreni però  invecchiano ed E e P dopo i 50 anni vengono prodotti in quantità minime.

Il passaggio alla M è segnato dai classici sintomi: vampate di calore, sbalzi d’umore, insonnia, secchezza vaginale, sovrappeso etc etc.

Per ovviare a questi fastidi alle donne vengono talvolta prescritti degli E sintetici accompagnati spesso da Progestinici (ovvero da molecole sintetiche simili ma NON identiche al P); questo per ovviare al fatto che gli E tendono a stimolare la mucosa uterina con possibili effetti indesiderati (ad es. sanguinamento). I progestinici contrastano questi effetti degli E.

Passati i fastidi della transizione alla M la tendenza dominante è quella di sospendere il trattamento ormonale e lasciare la donna invecchiare senza alcuna correzione delle carenze ormonali. In fondo è normale invecchiare: perché voler andare contro natura forzando la donna ad una terapia sostitutiva foriera di possibili rischi ed effetti collaterali?? Il declino verso la vecchiaia, ci dicono, è normale e le donne debbono accettare di “appassire” lentamente per finire preda di Osteoporosi, Cancro, Alzheimer, Malattie Cardiovascolari (responsabili queste ultime, care signore, del 50-60% delle morti tra le donne in menopausa!!).

Si può pensare di fare qualcosa per arginare questo declino “naturale”? Difficile, ci dicono, perché la Terapia Sostitutiva Ormonale (TOS) è piena di insidie (cancro?) e dagli esiti incerti.

Oltre le Vampate

E’ bene ricordare che i problemi legati alla menopausa non sono soltanto quei fastidi (vampate etc) che molte donne sperimentano. Anzi, quei “fastidi” sono spesso il male minore.

Vediamo cosa ci dice la letteratura scientifica sui veri problemi della M e del ruolo degli E:

1. Dopo 10 anni di M molte donne cominciano a perdere i denti perché la perdita di tessuto osseo mandibolare non permette ai denti di essere sostenuti correttamente.

2. Aumentano in M le probabilità di andare incontro a Degenerazione Maculare, una delle cause più importanti di cecità. Le donne che prendono gli E in M hanno una probabilità dell’80% inferiore di ammalarsi di questa patologia.

3. Le donne in M che hanno preso per oltre 10 anni gli E hanno una riduzione dell’83% delle probabilità di ammalarsi di Alzheimer.

4. Le donne che prendono gli E in M hanno una riduzione della patologia cardiovascolare (Infarto e Ictus) del 50%.

5. Gli E in M prevengono l’Osteoporosi. Sapete che il 50% delle donne che hanno una frattura di anca dopo i 65 anni muoiono entro due anni?

Senza gli E insomma, le donne affrontano la seconda parte della loro vita con una maggiore incidenza di depressione, obesità, osteoporosi e malattia cardiovascolare.

WHI: la pietra tombale sulla TOS? Gli ormoni Bioidentici

Siamo nel 2003. Per porre un argine ai problemi della M da diversi decenni si utilizza la TOS. Nella primavera del 2003 lo studio WHI (Women Health Initiative), il più grande studio mai intrapreso sulle donne in M, dimostra che la TOS provoca un maggiore rischio di Infarti, Ictus, Tumore al Seno e Demenza. Da un giorno all’altro milioni di donne smettono di fare la TOS senza che i medici propongano loro alcuna alternativa.

Eppure nei 40 anni precedenti si era capito che gli E proteggevano da:

– Cardiopatie

– Ictus

– Colesterolo in eccesso

– Alzheimer

– Perdita di memoria

– Sintomi della M

– Osteoporosi

– Atrofia delle vie urinarie, infezioni delle vie urinarie

– Invecchiamento della pelle

– Depressione e sbalzi di umore

 

Gli Ormoni Bioidentici

Perché dunque lo studio WHI sembrava mostrare il contrario? Perché in quello studio si utilizzavano ormoni “sintetici”. Nessun rischio, infatti, è mai stato dimostrato utilizzando gli ormoni naturali o bioidentici (vedi Cosa sono gli Ormoni Bioidentici) che dir si voglia.

Vediamo di definire cosa significa Ormone sintetico e Ormone bioideintico (B.I.).

L’ormone B.I. è un ormone identico nella struttura chimica a quello che abbiamo nel nostro corpo. Ad esempio, il principale estrogeno del nostro corpo si chiama 17-β-Estradiolo. Fare la Tos in M con E B.I. significa prendere esattamente il 17-β-Estradiolo.

Naturale o B.I. NON significa che la sostanza è estratta da una pianta o che è un derivato della Soia. Infatti gli ormoni B.I. sono fatti in laboratorio come tutti i farmaci, ma sono creati copia esatta di quelli umani. Gli ormoni sintetici sono anch’essi fatti in laboratorio ma a differenza di quelli B.I. non sono esatte repliche dei nostri. Perché non lo sono? Perché se lo fossero non sarebbero “brevettabili” dalle case farmaceutiche: infatti non si possono brevettare le sostanze naturali (l’acqua non è brevettabile ad esempio). Le case farmaceutiche investono milioni di dollari per creare un farmaco e sono “costrette” a brevettarlo perché altrimenti ovviamente non potrebbero guadagnarci: non c’è nulla di male in questa pratica, ma è bene sapere di cosa stiamo parlando. Quindi le case farmaceutiche modificano lievemente la molecola naturale aggiungendoci o togliendo uno o più gruppi chimici al fine di poter avere l’esclusività d’uso. In questo modo però non si hanno degli ormoni perfetta copia dei nostri, il che provoca talvolta degli inconvenienti.

I rischi del WHI Study

Nel WHI il rischio di tumore al seno era in realtà molto più piccolo di quello che sembrava: meno di uno per 1000 donne. Piccolo ma esisteva. Questo rischio esisteva però solo quando i due farmaci dello studio venivano presi insieme: Premarin + Provera. Il Premarin, attenzione, non è un ormone B.I. ma semplicemente un insieme di estrogeni di cavalla gravida (almeno 10 estrogeni di cavalla, ignoti ovviamente al corpo umano). Il Provera non è Progesterone B.I. ma un progestinico di sintesi (ovvero progesterone modificato, medrossiprogesterone per l’esattezza).

Comunque quando il Premarin veniva preso da solo non vi era un aumentato rischio di tumore al seno. Quindi era il Provera ad aumentare il rischio di tumore al seno. L’estrogeno di sintesi era innocente in questo caso.

Il Premarin preso da solo si dimostrava invece colpevole di aumentare lievemente il rischio di ictus, ma soltanto quando veniva preso da donne di 65 anni e oltre che iniziavano la TOS dopo i 65 anni. Nessun rischio nelle donne che prendevano il Premarin prima dei 60 anni o che comunque lo cominciavano entro i primi anni della M.

Molti studi dimostrano inoltre che il Premarin aumenta il rischio trombotico nelle donne mentre, attenzione, il 17-β-Estradiolo (l’ormone B.I.) non aumenta questo rischio.

Infine è bene ricordare che le donne del WHI avevano una età media elevata (sopra i 60 anni). Altri studi dimostrano che quando la Tos inizia prima dei 60 anni questi rischi degli E non esistono.

E’ quindi evidente che il rischio della Tos è dovuto all’utilizzo di ormoni sintetici e al fatto che le donne in terapia erano in M da oltre 10 anni.

Il 17-β-Estradiolo: l’ormone della giovinezza

Gli E B.I. dunque si dimostrano veramente fondamentali per mantenere un buono stato di salute in M.

Sbalzi di umore

Con la M arrivano gli sbalzi di umore. Gli E interagiscono con le endorfine nel cervello e senza E le endorfine fanno spesso cilecca. Sono gli estrogeni in aumento che vi fanno sentire bene nei primi giorni del ciclo mestruale. Mai pianto per una sciocchezza, senza motivo? Potrebbe essere la carenza di estrogeni. Gli studi dimostrano una maggiore stabilità emotiva nelle donne che fanno la Tos.

Non solo, gli E sono il tranquillizzante naturale dell’organismo perché inibiscono il MAO, l’enzima che degrada la serotonina la quale di conseguenza può esplicare senza intoppi la sua azione benefica sull’umore.

Alzheimer? No grazie

La funzione positiva degli E si manifesta a livello cerebrale anche nelle aree deputate alla memoria e all’apprendimento, che sono quelle in genere colpite dall’Alzheimer. Le donne che prendono per almeno 10 anni gli E in M hanno un rischio di Alzheimer ridotto dell’83%!!

Che succede là sotto?

La secchezza vaginale e le infezioni urinarie possono essere curate con la Tos. La vagina tende ad atrofizzarsi con la perdita di E in M. I rapporti sessuali diventano dolorosi, le vie urinarie sono compromesse con maggiori possibilità di infezioni. Gli E rinvigoriscono la vagina, la tonicizzano e le pazienti arrivano nel mio ambulatorio dicendo: “Qualcosa è cambiato là sotto!”

Le rughe

Gli E stimolano la produzione di acido ialuronico nel collagene con conseguente pelle più tonica e idratata. Oltre al brodo di carne e ossa gli E sono una vera manna per la pelle di una donna in M.

Osteoporosi

Gli estrogeni praticamente eliminano il rischio di osteoporosi nelle donne in M stimolando la produzione di Calcitonina (prodotta dalla tiroide, da qui la superiorità della terapia con Tiroide Secca nell’Ipotiroidismo) e aiutando la Vitamina D a rimodellare l’osso. Lo studio PEPI (Postmenopausal Estrogen/Progestin Trials) dimostra che le donne che fanno la Tos guadagnano tessuto osseo e non hanno praticamente osteoporosi dell’anca e della colonna vertebrale.

L’osteoporosi è una malattia ampiamente prevenibile se si usa correttamente la Tos in M.

Arteriosclerosi

Di cosa muoiono le donne in M? Non di tumore al seno certo! Le donne moderne muoiono in gran parte per problemi cardiovascolari, e non lo sanno! Ci si preoccupa dei tumori, si fa la mammografia, si guardano le ovaie, ma il Killer delle donne è la malattia cardiovascolare.

Le donne che prendono gli E riducono del 50% le probabilità di morire per problemi di cuore o di ictus quando sono vecchie.

Avete idea ora di quale notizia dovrebbe essere nella prima pagina dei giornali la mattina quando vi alzate? Quanti milioni di morti si risparmierebbero con la Tos iniziata precocemente in M?

Gli estrogeni riducono la malattia cardiovascolare perché migliorano la sensibilità all’insulina, diminuiscono le LDL, aumentano le HDL e impediscono l’ossidazione del colesterolo, fatto che è il vero responsabile della pericolosità del colesterolo. Non solo, migliorano la salute delle arterie migliorando la funzionalità dell’”intima”, lo strato della parete arteriosa a contatto col sangue.

Esiste il rischio “Tumore” con gli E?

Nel 1987 i ricercatori Cancer and Steroid Hormone Study studiarono le donne in M che prendevano gli E da almeno 20 anni.Non osservarono alcun aumento del tumore al seno, anche nelle donne che avevano una storia familiare di tumore al seno.

Anche il NHANES I Epidemiology Follow-up Study 20 anni dopo ha dimostrato che non vi è rischio di aumento di tumore al seno nelle donne che fanno la Tos. D’altronde se ci pensate bene, le donne che prendono la pillola non hanno un aumentato rischio di tumore al seno.

Ma c’è di più. Ci sono oltre 60 studi che dimostrano che anche le donne che hanno avuto un tumore al seno e sono libere da malattia da più di 5 anni non corrono rischi a prendere gli E in M. Anzi, gli E sono protettivi, dato che le donne che prendono gli E dopo aver avuto il tumore al seno hanno meno recidive. L’equivoco nasce dal fatto che alcuni tumori al seno sviluppano dei recettori sensibili agli estrogeni che quindi accelerano lo sviluppo del tumore. Ma questi recettori si sviluppano dopo che il tumore è sorto: non è dimostrato che gli estrogeni siano la causa del tumore in prima istanza.

In realtà molti studi dimostrano che gli estrogeni diminuiscono la possibilità di ammalarsi di tumore al colon. Anche nel campo dei tumori gli estrogeni si dimostrano protettivi per la salute della donna.

Conclusione

Quando si pensa alla Tos si pensa solo alcune cose, per lo più negative. Ma come diceva Bastiat nel suo saggio di metà 800, “Ciò che si vede, ciò che non si vede”, è più facile soffermarsi sui presunti lati negativi visibili della Tos (che comunque spero di avere in gran parte chiarito in questa prima parte della serie) che su quelli positivi che non si vedono subito ma dopo anni.

Ciò che non si vede a 50-55-60 anni sono i gravi problemi di salute che possono arrivare passati i 65 anni se non si fa una Tos quando è il momento (nei primi anni della menopausa). I dati sono impressionanti. Le statine e l’aspirina che sono farmaci diffusissimi riducono la mortalità quando va bene del 5 per cento. La Tos fatta con gli ormoni giusti (quelli B.I) riduce la mortalità cardiovascolare di un impressionante 50%. Eppure il silenzio regna sovrano. La Tos dovrebbe essere un diritto di tutte le donne perché è una terapia salvavita. Purtroppo le società scientifiche non sono al passo con la letteratura scientifica e consigliano la Tos solo per ridurre i sintomi della M. Io non sono d’accordo, e la letteratura scientifica sono convinto mi dia ragione.

(La seconda parte dell’articolo la trovate qui)

Cosa sono gli ormoni bioidentici e perché si usano.

19 Giu

Quando andate dal vostro medico specialista capita che vi possa prescrivere una terapia ormonale. O per la menopausa, o perché siete carenti di un particolare ormone come ad esempio capita agli uomini col testosterone. Raramente (quasi mai) capita che tra questi ormoni vi sia un ormone bioidentico (OB).

Ma cosa sono gli OB?

Gli OB sono copie esatte degli ormoni che circolano nel nostro corpo. Ad esempio se il medico vi prescrive una compressa che contiene Medrossiprogesterone acetato (MPA) NON state prendendo un ormone bioidentico perché nel sangue umano circola il Progesterone, non il MPA.

OB non vuol dire naturale o pseudo ormone o prodotto da erboristeria estratto da piante esotiche. Vuol solo dire che in laboratorio si sintetizza una molecola identica a quella presente nel nostro corpo. Un farmaco, un ormone a tutti gli effetti. Il più perfetto degli ormoni.

Perché i medici prescrivono ormoni non bioidentici? Il motivo principale é legato a come é strutturato il mercato dei farmaci e alle leggi che lo regolano. Per legge non si può brevettare una sostanza naturale. Non si può ad esempio brevettare l’acqua. Allo stesso modo non si possono brevettare i componenti del nostro corpo come gli ormoni. Quindi le case farmaceutiche per poter brevettare e guadagnare da un ormone hanno bisogno di modificarlo anche se lievemente. Una volta brevettato lo presentano a noi medici, che purtroppo (e faccio autocritica) troppo spesso ci aggiorniamo solo attraverso le case farmaceutiche che quindi ci spingono a prescrivere queste molecole modificate.
  

Come vedete, il MPA (sopra) é simile ma non uguale al Progesterone (sotto).

Quale é il problema dunque visto che spesso OB e non bioidentici sono molto simili? Il problema é che talvolta hanno effetti completamente diversi. Ad esempio il progesterone riduce l’incidenza di tumore al seno mentre i progestinici (il progesterone modificato per poter essere brevettato) AUMENTANO l’incidenza di tumore al seno nelle donne che lo prendono in menopausa.

Nonostante la maggior parte degli studi in passato sia stata fatta utilizzando ormoni non bioidentici, esistono ormai tantissimi studi che dimostrano come la terapia ormonale con OB sia più sicura ed efficace della terapia con ormoni non bioidentici.

L’esempio classico é quello della TOS (terapia ormonale sostitutiva) in menopausa. Oltre un decennio fa lo studio più grande mai fatto sulla TOS nelle donne in menopausa (WHI) ha dimostrato proprio questo. Che alcuni di questi ormoni non bioidentici possono avere effetti deleteri, tant’é che lo studio fu interrotto prematuramente prima della data prevista.

Gli studi invece fatti con OB dimostrano la grande utilità e sicurezza di questi ormoni nelle donne che li prendono. Non solo, dimostrano che le donne che cominciano a prenderli pochi anni dopo la menopausa si ammalano da vecchie molto meno di malattia cardiovascolare, di tumori, di Alzheimer, di osteoporosi. Sono cioé uno strumento potentissimo di Prevenzione Primaria. Lo studio DOPS dimostra ad esempio che le donne che fanno terapia sostitutiva con OB vivono più a lungo e meglio delle altre: una riduzione della mortalità di oltre il 50! Per fare un paragone, le tanto decantate prevenzioni fatte con i farmaci che abbassano il colesterolo (statine) e con l’aspirina non riducono la mortalità se non di un misero 5%!!

Tutte le donne dovrebbero sapere queste cose. La letteratura scientifica é ormai chiara. Bisogna fare prevenzione primaria in menopausa e possibilmente farla con OB. Come dico sempre alle mie pazienti una donna che non usa gli OB in menopausa é come una pianta lasciata senza acqua che piano piano si secca e muore.

Essendo una terapia a tutti gli effetti ci sono ovviamente delle controindicazioni (obesità, diabete, ipertensione etc etc) e non tutte le donne possono farla pienamente (alcuni ormoni sì e altri no). Ma chi può, ci dice la scienza, dovrebbe farla.

La terapia con OB non si ferma agli ormoni della menopausa. Interessa ad esempio gli ormoni tiroidei (tiroide secca, farmaco usato da tutti fino a 40 anni fa e ora ritornato in auge sulla spinta dei pazienti che lo trovano superiore alle altre terapie). Il mio gruppo Facebook Tiroide Approccio Evolutivo raccoglie diverse migliaia di persone molte delle quali usano la tiroide secca bioidentica. Le loro storie raccontano di pazienti molto più soddisfatti della sola terapia con T4 (Eutirox, Tirosint, Tiche).

Gli OB Interessano anche agli uomini che possono ad esempio usare il testosterone e non i prodotti di “sintesi” per curare le proprie carenze legate all’avanzare dell’età.

Insomma, esistono delle valide alternative ai “farmaci”. Ormoni copia esatta di quelli che circolano ogni secondo nel nostro corpo: più efficaci e con meno effetti collaterali.


Primo Congresso Medico Italiano Medicina Evoluzionistica

25 Set

Ci siamo. Il 28/29 Novembre 2014 (a Grosseto) la medicina evoluzionistica arriva finalmente in Italia con alcuni dei suoi massimi esponenti (il Prof Lindeberg in primis) in un congresso medico dove si confronterà con esponenti della scuola Mediterranea. Ci saranno anche due mie relazioni sulla storia della nutrizione negli ultimi 100 anni e su quello che i popoli cacciatori-raccoglitori possono insegnarci.
É la prima volta che una ASL italiana ospita in un suo evento esponenti di questa nuova branca della medicina che cerca nel nostro passato la soluzione ai problemi di salute moderni, quindi credo sia una occasione da non perdere per i sanitari italiani.
L’evento é gratuito e ci saranno anche dei posti per i “laici” (personale non sanitario).
Invito tutti i lettori del mio blog non solo a partecipare ma anche a diffondere la notizia sul web, presso riviste online, società scientifiche, blog, forum etc etc.

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Che risultati aspettarsi dalla Paleo Dieta?

20 Set

Nei mesi scorsi il Dott. Paolo De Donno ha promosso un sondaggio online tra coloro che mangiano una alimentazione di ispirazione evoluzionistica (Paleo Dieta altrimenti detta) per capire le motivazioni, i risultati, le difficoltà di coloro che mangiano Paleo.
Hanno risposto circa 300 persone e questo ha permesso di farsi un’idea delle potenzialità di questa alimentazione qui in Italia.

In particolare una domanda chiedeva questo

“Se la Paleo alimentazione ha ottenuto risultati di rilievo su una o più patologie, descrivi in breve le patologie/disturbi/ disagi che secondo te, e secondo il tuo curante se esiste, hanno maggiormente beneficiato del regime alimentare che hai seguito. ( es: Ipertensione, insonnia, obesità, psoriasi, Emicrania, ansia/depressione ecc. , avendo cura, se possibile, di usare il nome propriamente medico/diagnostico in modo da facilitare l’analisi dei dati.)”

Le risposte ottenute hanno dato origine al grafico che vedete sotto.
I risultati sono sicuramente incoraggianti.
Le dislipidemie sono migliorate (chi ha paura dei grassi?), come il tono dell’umore e il peso. Addirittura 3 soggetti hanno visto migliorare una patologia invalidante come la sclerosi multipla.
Il sondaggio non ha pretese di scientificità ma può essere di incoraggiamento per coloro che sono affetti dalle malattie croniche moderne e cercano una risposta nell’alimentazione.
In fondo é la dieta più vecchia del mondo: esiste da 2 milioni di anni.

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La terapia con LDN: una speranza per chi soffre di malattie auto-immuni e cancro

29 Mag

Di cosa si tratta

La terapia con LDN (Low Dose Naltrexone, Naltrexone a basso dosaggio) rappresenta sicuramente una delle storie affascinanti e di successo della medicina moderna. Perché ha dentro tutto: la genialità e l’umanità di un grande medico, il grande entusiasmo di coloro che la provano perché malati, le dinamiche che muovono gli interessi delle case farmaceutiche e per ultimo il fatto che si tratta proprio di un farmaco vero e proprio e non di un qualche intruglio esoterico. Ma un farmaco creato per tutt’altri motivi da quelli di cui vi parlerò, di scarso successo inizialmente e solo dopo riscoperto casualmente per altre sue caratteristiche terapeutiche.

 

Col termine LDN si intende la terapia con “Naltrexone a basso dosaggio”.

 

Il Naltrexone nacque per curare le tossicodipendenze ma ha finito per essere un grandissimo aiuto (un salvavita in molti casi) per persone con patologie molto diverse dalla tossicodipendenza.

Cominciamo dall’inizio questa affascinante storia nella quale spicca un nome su tutti: quello del Dott Bihari, brillante e umanissimo medico scomparso purtroppo nel 2010.

 

Il Dott Bihari e l’epidemia di AIDS

Il Dott Bihari nacque nel 1931 e si laureò poi ad Harvard nel 1957. Dopo la laurea si specializzò prima in Medicina Interna e poi in Neurologia. Negli anni ’70 cominciò a lavorare nel campo delle tossicodipendenze (da droghe e alcool).

Si trova quindi in prima linea all’inizio degli anni 80 quando comincia l’epidemia mondiale di AIDS. I pazienti (e anche qualche suo amico) muoiono come mosche in quel decennio.

Questa nuova emergenza sanitaria spazza via molti dei suoi pazienti dunque. Pazienti che segue da molti anni con programmi per il recupero delle tossicodipendenze (Metadone).

Non può stare a guardare. Decide quindi di dedicare le sue energie alla lotta all’AIDS.

Nel 1984, intanto, il Dipartimento per la Lotta contro le Droghe terminava lo sviluppo del Naltrexone (N), un farmaco che doveva servire alla cura della dipendenza da eroina. Il suo meccanismo di azione è recettoriale: il N si lega ai recettori degli oppioidi, recettori ai quali si lega anche l’eroina, impedendo così a quest’ultima di esplicare i suoi effetti. Un farmaco cioè creato in laboratorio per bloccare i recettori a cui si lega anche l’eroina.

Cosa succedeva quindi nei pazienti tossicodipendenti dopo l’assunzione di 50 mg di N al mattino? I loro recettori per gli oppioidi venivano “bloccati” e i soggetti non erano più in grado di provare piacere nell’assumere eroina: o meglio, ci voleva veramente tanta eroina per riuscire ad annullare il blocco recettoriale causato dal N.

Appena il farmaco entrò in commercio il Dott Bihari cominciò ad usarlo in alcuni suoi pazienti, ma nessuno di essi riuscì a prenderlo per molto tempo perché esso causava ansia, irritabilitá, depressione. I pazienti non riuscivano a dormire, ed ogni piccolo, insignificante stress, diventava una montagna da scalare. Il N quindi viene quasi subito abbandonato e dimenticato, perché poco utile nella pratica clinica. E ancora oggi queste prime osservazioni legate all’utilizzo clinico rimangono valide.

 

Le endorfine

Il Dott Bihari aveva però partecipato allo sviluppo di questa molecola e conosceva un dettaglio molto, molto importante: il N dato alla dose di 50 mg triplicava la produzione di endorfine. Le endorfine sono degli ormoni i cui effetti i tossicodipendenti cercano di riprodurre quando si fanno di eroina.

Le endorfine alleviano il dolore, alleviano la paura, e ci permettono di affrontare le situazioni stressanti della vita quotidiana.

L’endorfina è un classico ormone “ancestrale”, ovvero un ormone che espletava una funzione fondamentale nelle situazioni di stress che l’uomo paleolitico si trovava ad affrontare. Immaginate di trovarvi di fronte ad un grosso predatore che vuole fare un sol boccone di voi. Il terrore vi assale, ma la produzione di endorfine per fortuna riduce questo terrore e vi permette di agire. Non solo, se rimanete ferito durante la lotta non sentirete il dolore per merito delle endorfine. Inoltre esse sposteranno l’afflusso di sangue ai muscoli e al cervello perché possiate avere maggiore successo nella lotta. Ed infine il vostro sistema immunitario sarà rafforzato affinchè qualora veniate ferito sia più facile guarire e non rischiate di soccombere ad una infezione.

Il Dott Bihari fa quindi 2 + 2. Se le endorfine potenziano il sistema immunitario perché non provare ad utilizzarle per combattere il virus dell’HIV che miete, indisturbato, tante vittime? Perchè non provare ad utilizzare il N per aumentare la produzione delle endorfine nei malati di AIDS?

“Il N é proprio la molecola che manda le endorfine alle stelle potenziando il sistema immunitario”, pensa Bihari, “che possa essere usato per combattere il mortale virus del momento?”

Il Dott Bihari misura le endorfine nei pazienti con AIDS e scopre che esse sono inferiori al normale: forse quello che sta pensando ha un senso, quindi. L’ormone che ai malati di AIDS serve di più e proprio l’ormone che a loro manca.

Ma come fare a dare il N a questi pazienti senza che sperimentino tutti gli effetti negativi che avevano portato all’abbandono dell’uso di questo farmaco nei tossicodipendenti? Come avere la botte piena e la moglie ubriaca?

Il Dott Bihari doveva quindi scoprire quale è la dose minima che non provoca effetti collaterali ma allo stesso tempo aumenta la produzione di endorfine. Cominciò a dare dosi diverse di N a questi malati per vedere quale dose portasse ad un aumento della produzione di endorfine senza gli sgradevoli effetti collaterali. Provò quindi vari dosaggi: provò con 50 mg, con 10 mg, con 5 mg, e finalmente anche con 3 mg. Bingo! Anche prendendo solo 3 mg l’aumento delle endorfine (del 300%!) era identico a quello ottenuto con dosi più alte (50 mg). Con 3 mg si avevano tutti gli effetti positivi del N eliminando quelli negativi.

Inoltre il Dott Bihari dava il farmaco alla sera perché il 90% della produzione di endorfine avviene la notte e precisamente tra le 2 e le 4 del mattino. Con dosi piccole, inoltre, l’effetto del N era già quasi del tutto scomparso dopo 3 ore (quindi mentre il paziente ancora dormiva) mentre l’effetto di potenziamento della produzione di endorfine durava per tutto il giorno successivo.

 

Il primo trial clinico

Visto il successo ottenuto il Dott Bihari vuole verificare scientificamente se le endorfine aiutano veramente i pazienti di AIDS. Crea quindi una fondazione che raccoglie un milione di dollari e fa partire quindi il primo trial clinico sui pazienti con AIDS divisi in due gruppi: chi prendeva il N al dosaggio di 3 mg e chi prendeva il placebo (ovviamente i pazienti non sapevano cosa stavano prendendo).

Dopo 9 mesi le cose risultarono abbastanza chiare: nel gruppo che usava il N c’erano meno morti e meno infezioni opportunistiche (che sono una delle principali cause di morte nei pazienti con AIDS). Anche il sistema immunitario in questi pazienti funzionava meglio: i linfociti T-Helpers diminuivano meno che nei pazienti dell’altro gruppo.

Nei mesi in cui é impegnato nel trial il Dott Bihari legge uno studio sui topi e scopre che quelli che erano malati di linfoma avevano risposto bene alla somministrazione di una beta endorfina. L’autore dello studio commentava che l’effetto delle endorfine era probabilmente legato ai recettori degli oppioidi che si trovavano nelle cellule cancerose. Una sola dose di endorfine era sufficiente a modificare le cellule cancerose che quando venivano re-iniettate in topi sani in metà dei casi non “attecchivano” e non si aveva il tumore ed in metà dei casi il tumore, pur attecchendo, si sviluppava in maniera molto meno aggressiva e pericolosa (a questo studio ne sono poi seguiti negli anni successivi che dimostravano gli stessi risultati in molte altre forme tumorali. Altri studi hanno poi dimostrato che i pazienti con tumore hanno i livelli di endorfine ridotti, proprio come i malati di AIDS).

Sono seguiti alcuni studi negli anni in cui circa una almeno una quindicina di casi di tumore sono stati tenuti “a bada” in modo documentato con la terapia con LDN.

La bassa dose di Naltrexone (si va da 1 a 4,5 mg in genere) funziona stimolando il corpo a produrre più endorfine, la qual cosa é simile ad una terapia fatta ricevendo dall’esterno le endorfine. Le endorfine nei topi, ad esempio, agiscono o riducendo il numero di casi di tumore che si hanno a seguito della iniezione di cellule cancerose oppure riducendo la gravità del tumore stesso. Questo vale per qualsiasi tipo di tumore procurato ai topi.

Le endorfine agiscono probabilmente sia combattendo direttamente il tumore che attraverso la modulazione del sistema immunitario; agiscono causando il “suicidio” della cellula tumorale. Proprio come la chemioterapia, con la differenza che le endorfine sono sostanze naturali che già possediamo e quindi non così tossiche come la chemioterapia. Le endorfine sono gli ormoni più carenti e nello stesso tempo più utilei nei malati di cancro (per inciso, un altro ottimo modo di aumentare la quantità di endorfine é l’attività fisica molto intensa ma di breve durata, come “gli sprint di Tabata” che durano 4 min).

 

Meccanismo di azione

il meccanismo di azione del N é molto semplice. Esso agisce bloccando i recettori per gli oppiacei a livello ipotalamico. Sono quei recettori a cui si legano le endorfine. L’ipotalamo interpreta questa cosa come una mancanza di endorfine (“perché i miei recettori non vengono attivati? Forse mancano le endorfine..”) e aumenta la produzione di endorfine nel tentativo di attivare questi recettori. In pratica con una molecola sintetica e con un piccolo trucco (il blocco dei recettori) riusciamo a far produrre al corpo delle sostanze molto utili soprattutto quando si é malati.

La dose di farmaco così piccola é fondamentale per ottenere l’effetto sperato senza effetti collaterali significativi. Quei pochi mg hanno una durata d’azione di qualche ora e quando ci svegliamo la mattina (il N si prende la sera tardi) i nostri recettori sono di nuovo attivi e pronti a funzionare. Ma intanto la potenziata produzione di endorfine va avanti per tutto il giorno (l’emivita delle encefaline é di 20 ore). A dose piena (50 mg) avremmo avuto gli effetti collaterali che abbiamo visto prima nei tossicodipendenti e i recettori sarebbero rimasti bloccati per molte più ore.

In quali patologie si usa la terapia con LDN?

Il dott. Bihari sosteneva che questa terapia poteva essere utile in 3 casi: nei tumori, nelle malattie autoimmuni e nell’AIDS. Perché sono le patologie in cui una modulazione positiva del sistema immunitario (ottenuta dall’incremento di endorfine) é tra le chiavi del successo terapeutico.

Ma non solo, il Dr Bihari riteneva che fosse utile anche nelle infezioni croniche: tubercolosi, herpes genitalis, la malattia di Lyme.

Altri clinici hanno trovato degli effetti positivi nella cura delle malattie neuro-degenerative e dell’autismo.

I pazienti hanno preparato questa lista di malattie che possono giovarsi del LDN:

http://honestmedicine.typepad.com/LDN%20CONDITIONS-ConditionswhereLDNcouldbeofbenefit.pdf

 

Perchè non ne sapevo nulla se funziona cosi bene?

Il N é un farmaco generico, di basso costo. Il suo uso é stato approvato per le patologie riportate nel bugiardino (tossicodipendenze) a certi dosaggi (50 mg al giorno). Non é proibito (a certe condizioni) utilizzare un farmaco per scopi diversi da quelli riportati nel bugiardino (utilizzo “off-label). Ma le case farmaceutiche non possono pubblicizzare un utilizzo diverso da quello del bugiardino e per avere l’autorizzazione dalla FDA per uso diverso sono necessari dei trials clinici che costano milioni e milioni di dollari.

In pratica non conviene a nessuno studiarlo a fondo.

Sono stati i pazienti che nel corso degli anni hanno cercato di finanziare diversi trials clinici per dimostrare che a dosi molto ridotte il N ha una grande efficacia clinica per un grande numero di patologie.

Ecco spiegato il perché il LDN non interessa alle grandi case farmaceutiche: costa poco, richiede grandi investimenti per ottenere l’autorizzazione dalla FDA, ed in ogni caso non se ne può avere l’esclusività perché chiunque potrebbe comprare le compresse generiche contenenti 50 mg per poi ottenere facilmente i dosaggi molto più bassi desiderati.

 

Trials Clinici

Nonostante lo scarso interesse delle case farmaceutiche i pazienti hanno spinto e finanziato diversi trials clinici che sono serviti a dimostrare le potenzialità terapeutiche del LDN. Perchè è questa la cosa straordinaria della terapia con LDN. Non vi sono interessi commerciali a spingere questo farmaco (la terapia per un mese costa poche decine di euro) ma il tam tam dei pazienti che lo hanno provato. Sono oramai migliaia e migliaia le persone che tutti i giorni ne parlano su internet e lo usano: ed è il loro entusiasmo ad avere portato ai diversi dei trial che ora citerò.

 

Ecco i più importanti

 

Anno 2003

In questo studio fatto su pazienti con colon irritabile l’uso di LDN ha portato ad un aumento del 140% dei giorni passati senza alcun dolore. Migliorata anche tutta la dinamica intestinale (feci, evacuazioni ect ect). Ben tollerato dai pazienti.

 

http://files.shareholder.com/downloads/PTIE/0x0x176563/0c7780aa-c4f0-481a-8a1d-e9713fc064c8/PTIE_News_2003_10_15_General.pdf

 

(Patients taking PTI-901 reported over 140% increase in number of pain-free days at week 4 compared to baseline (N=42). Clinical improvements in bowel urgency, stool consistency and number of stools per day were also reported at week 4 in both genders. PTI-901 was well tolerated by all patients during the entire treatment period.)

 

 

Anno 2005

In questo studio sulla sclerosi multipla l’autore scrive: “C’è una schiacciante evidenza aneddotica (riportata dai pazienti e medici non in studi controllati, n.d.t.) che la LDN non solo previene le ricadute nella SM ma anche riduce la progressione della malattia”.

Med Hypotheses. 2005;64(4):721-4.

Low dose naltrexone therapy in multiple sclerosis.

Agrawal YP.

Abstract

The use of low doses of naltrexone for the treatment of multiple sclerosis (MS) enjoys a worldwide following amongst MS patients. There is overwhelming anecdotal evidence, that in low doses naltrexone not only prevents relapses in MS but also reduces the progression of the disease. It is proposed that naltrexone acts by reducing apoptosis of oligodendrocytes. It does this by reducing inducible nitric oxide synthase activity. This results in a decrease in the formation of peroxynitrites, which in turn prevent the inhibition of the glutamate transporters. Thus, the excitatory neurotoxicity of glutamate on neuronal cells and oligodendrocytes via activation of the alpha-amino-3-hydroxy-5-methyl-isoxazole-4-propionic acid class of glutamate receptor is prevented. It is crucial that the medical community respond to patient needs and investigate this drug in a clinical trial.

 

Anno 2007

In questo studio sul Morbo di Crohn gli autori concludono: “La terapia con LDN nei pazienti con Crohn attivo appare sicura ed efficace.”

 

Am J Gastroenterol. 2007 Apr;102(4):820-8. Epub 2007 Jan 11.

Low-dose naltrexone therapy improves active Crohn’s disease.

Smith JP1, Stock H, Bingaman S, Mauger D, Rogosnitzky M, Zagon IS.

OBJECTIVES:

Endogenous opioids and opioid antagonists have been shown to play a role in healing and repair of tissues. In an open-labeled pilot prospective trial, the safety and efficacy of low-dose naltrexone (LDN), an opioid antagonist, were tested in patients with active Crohn’s disease.

METHODS:

Eligible subjects with histologically and endoscopically confirmed active Crohn’s disease activity index (CDAI) score of 220-450 were enrolled in a study using 4.5 mg naltrexone/day. Infliximab was not allowed for a minimum of 8 wk prior to study initiation. Other therapy for Crohn’s disease that was at a stable dose for 4 wk prior to enrollment was continued at the same doses. Patients completed the inflammatory bowel disease questionnaire (IBDQ) and the short-form (SF-36) quality of life surveys and CDAI scores were assessed pretreatment, every 4 wk on therapy and 4 wk after completion of the study drug. Drug was administered by mouth each evening for a 12-wk period.

RESULTS:

Seventeen patients with a mean CDAI score of 356 +/- 27 were enrolled. CDAI scores decreased significantly (P= 0.01) with LDN, and remained lower than baseline 4 wk after completing therapy. Eighty-nine percent of patients exhibited a response to therapy and 67% achieved a remission (P < 0.001). Improvement was recorded in both quality of life surveys with LDN compared with baseline. No laboratory abnormalities were noted. The most common side effect was sleep disturbances, occurring in seven patients.

CONCLUSIONS:

LDN therapy appears effective and safe in subjects with active Crohn’s disease. Further studies are needed to explore the use of this compound.

 

Anno 2008

In questo studio su pazienti con Sclerosi Multipla (nella forma PPMS) gli autori affermano: “Solo un paziente ha visto peggiorare la sintomatologia dopo sei mesi di terapia con LDN”. E concludono: “La terapia con LDN è sicura e ben tollerata nei pazienti con PPMS.”

Gironi M, Martinelli-Boneschi F, Sacerdote P, Solaro C, Zaffaroni M, Cavarretta R, Moiola L, Bucello S, Radaelli M, Pilato V, Rodegher M, Cursi M, Franchi S, Martinelli V, Nemni R, Comi G, Martino G.

Institute of Experimental Neurology (INSPE) and Department of Neurology, San Raffaele Scientific Institute, Via Olgettina 58, Milan, Italy; Fondazione Don Carlo Gnocchi, IRCCS, Milan, Italy.

Abstract: A sixth month phase II multicenter-pilot trial with a low dose of the opiate antagonist Naltrexone (LDN) has been carried out in 40 patients with primary progressive multiple sclerosis (PPMS). The primary end points were safety and tolerability. Secondary outcomes were efficacy on spasticity, pain, fatigue, depression, and quality of life. Clinical and biochemical evaluations were serially performed. Protein concentration of beta-endorphins (BE) and mRNA levels and allelic variants of the mu-opiod receptor gene (OPRM1) were analyzed. Five dropouts and two major adverse events occurred. The remaining adverse events did not interfere with daily living. Neurological disability progressed in only one patient. A significant reduction of spasticity was measured at the end of the trial. BE concentration increased during the trial, but no association was found between OPRM1 variants and improvement of spasticity. Our data clearly indicate that LDN is safe and well tolerated in patients with PPMS.

 

Anno 2009

In questo studio sulla Fibromialgia gli autori concludono: “La terapia con LDN nei pazienti con Fibromialgia appare sicura, efficace, altamente tollerabile e poco costosa.”

http://www.rsds.org/pdfsall/Younger_LowDoseNaltrexone.pdf

Pain Med. 2009 May-Jun;10(4):663-72. doi: 10.1111/j.1526-4637.2009.00613.x. Epub 2009 Apr 22.

Fibromyalgia symptoms are reduced by low-dose naltrexone: a pilot study.

Younger J1, Mackey S.

Abstract

OBJECTIVE:

Fibromyalgia is a chronic pain disorder that is characterized by diffuse musculoskeletal pain and sensitivity to mechanical stimulation. In this pilot clinical trial, we tested the effectiveness of low-dose naltrexone in treating the symptoms of fibromyalgia.

DESIGN:

Participants completed a single-blind, crossover trial with the following time line: baseline (2 weeks), placebo (2 weeks), drug (8 weeks), and washout (2 weeks).

PATIENTS:

Ten women meeting criteria for fibromyalgia and not taking an opioid medication.

INTERVENTIONS:

Naltrexone, in addition to antagonizing opioid receptors on neurons, also inhibits microglia activity in the central nervous system. At low doses (4.5 mg), naltrexone may inhibit the activity of microglia and reverse central and peripheral inflammation.

OUTCOME MEASURES:

Participants completed reports of symptom severity everyday, using a handheld computer. In addition, participants visited the lab every 2 weeks for tests of mechanical, heat, and cold pain sensitivity.

RESULTS:

Low-dose naltrexone reduced fibromyalgia symptoms in the entire cohort, with a greater than 30% reduction of symptoms over placebo. In addition, laboratory visits showed that mechanical and heat pain thresholds were improved by the drug. Side effects (including insomnia and vivid dreams) were rare, and described as minor and transient. Baseline erythrocyte sedimentation rate predicted over 80% of the variance in drug response. Individuals with higher sedimentation rates (indicating general inflammatory processes) had the greatest reduction of symptoms in response to low-dose naltrexone.

CONCLUSIONS:

We conclude that low-dose naltrexone may be an effective, highly tolerable, and inexpensive treatment for fibromyalgia.

 

Anno 2009

In questo studio abbiamo la straordinaria descrizione di 4 casi (3+1) di soggetti ammalati di tumore al pancreas curati con la terapia LDN + acido lipoico. Ricordo che il tumore al pancreas è uno di quelli con la prognosi peggiore.

Integr Cancer Ther. 2009 Dec;8(4):416-22. doi: 10.1177/1534735409352082.

Revisiting the ALA/N (alpha-lipoic acid/low-dose naltrexone) protocol for people with metastatic and nonmetastatic pancreatic cancer: a report of 3 new cases.

Berkson BM1, Rubin DM, Berkson AJ.

Abstract

The authors, in a previous article, described the long-term survival of a man with pancreatic cancer and metastases to the liver, treated with intravenous alpha-lipoic acid and oral low-dose naltrexone (ALA/N) without any adverse effects. He is alive and well 78 months after initial presentation. Three additional pancreatic cancer case studies are presented in this article. At the time of this writing, the first patient, GB, is alive and well 39 months after presenting with adenocarcinoma of the pancreas with metastases to the liver. The second patient, JK, who presented to the clinic with the same diagnosis was treated with the ALA/N protocol and after 5 months of therapy, PET scan demonstrated no evidence of disease. The third patient, RC, in addition to his pancreatic cancer with liver and retroperitoneal metastases, has a history of B-cell lymphoma and prostate adenocarcinoma. After 4 months of the ALA/N protocol his PET scan demonstrated no signs of cancer. In this article, the authors discuss the poly activity of ALA: as an agent that reduces oxidative stress, its ability to stabilize NF(k)B, its ability to stimulate pro-oxidant apoptosic activity, and its discriminative ability to discourage the proliferation of malignant cells. In addition, the ability of lowdose naltrexone to modulate an endogenous immune response is discussed. This is the second article published on the ALA/N protocol and the authors believe the protocol warrants clinical trial.

 

Anno 2010

In questo studio sulla Sclerosi Multipla gli autori concludono: “La terapia con LDN nei pazienti con SM migliora la qualità della vita, il dolore, e i deficit neurologici.”

Pilot trial of low dose naltrexone and quality of life in MS

Bruce A.C. Cree, Elena Kornyeyeva, Douglas S. Goodin

Multiple Sclerosis Center at UCSF

Abstract

Objective:

To evaluate the efficacy of 4.5 mg nightly naltrexone on the quality of life of multiple sclerosis patients.

Methods:

This single center, double-masked, placebo-controlled, crossover studied evaluated the efficacy of eight weeks of treatment with 4.5 mg nightly naltrexone (Low dose naltrexone or LDN) on self reported quality of life of MS patients.

Results:

80 subjects with clinically definite multiple sclerosis were enrolled and 60 subjects completed the trial. 10 withdrew before completing the first trial period: 8 for personal reasons, 1 for a non-MS related adverse event and 1 for perceived benefit. Database management errors occurred in 4 other subjects and quality of life surveys were incomplete in 6 subjects for unknown reasons. The high rate of subject dropout and data management errors substantially reduced the trial’s statistical power. LDN was well tolerated and serious adverse events did not occur. LDN was associated with significant improvement on the following mental health quality of life measures: a 3.3 point improvement on the Mental Component Summary score of the SF-36 (P=.04), a 6 point improvement on the Mental Health Inventory (P<.01), a 1.6 point improvement on the Pain Effects Scale (P=.04) and a 2.4 point improvement on the Perceived Deficits Questionnaire (P=.05).

Multiple Sclerosis. 2008 Sep;14(8):1076-83.

A pilot trial of low-dose naltrexone in primary progressive multiple sclerosis.

 

Anno 2011

In questo studio su pazienti con AIDS gli autori concludono: “I risultati evidenziano il potenziale teraputico della terapia con LDN nei primi stadi della malattia HIV+”.

1) Journal of AIDS and HIV Research Vol. 3(10), pp. 180-188, October 2011

Single cohort study of the effect of low dose naltrexone on the evolution of immunological, virological and clinical state of HIV+ adults in Mali

Abdel K. TRAORE, Oumar THIERO, Sounkalo DAO, Fadia F. C. KOUNDE, Ousmane FAYE, Mamadou CISSE, Jaquelyn B. McCANDLESS, Jack M. ZIMMERMAN, Karim COULIBALY, Ayouba DIARRA, Mamadou S. KEITA, Souleymane DIALLO, Ibrahima G. TRAORE and Ousmane KOITA

To implement an immuno-regulatory approach for reducing or preventing the onset of AIDS symptoms in HIV+ individuals a single prospective cohort study was conducted to evaluate the effect of low-dose naltrexone (LDN) on HIV infected, asymptomatic, otherwise untreated Mali adults with CD4 levels between 350 and 600 cell/mm3. We measured changes in CD4 count, CD4%, BMI, hemoglobin, viral load, interferon alpha, and standard chemistry panel five times over a nine-month period. Linear regression mixed models were used with maximum likelihood as the estimation method for repeated measures on subjects.

Of 55 subjects followed, 71% completed the full program without indications of clinical AIDS symptoms, side effects or enough loss of CD4 count to warrant initiation of ART medication. The decrease of CD4 count was marginally significant over the full testing period (p=.066) and became significant as the cohort aged (37.73 cells/mm3 with p=0.027 and 52.94 cells/mm3 with p=0.003, respectively, at six and nine months). In contrast, the estimated mean CD4% did not show significant decrease over the entire study (p=0.842). No other covariates were associated significantly with the results. These findings support the therapeutic potential of LDN in treating HIV+ in its early stages and suggest further studies are indicated.

 

 

2) Journal of AIDS and HIV Research Vol. 3(10), pp. 189-198, October 2011

Impact of low dose naltrexone (LDN) on antiretroviral therapy (ART) treated HIV+ adults in Mali: A single blind randomized clinical trial

Abdel K. TRAORE, Oumar THIERO, Sounkalo DAO, Fadia F. C. KOUNDE, Ousmane FAYE, Mamadou CISSE, Jaquelyn B. McCANDLESS, Jack M. ZIMMERMAN, Karim COULIBALY, Ayouba DIARRA, Mamadou S. KEITA, Souleymane DIALLO, Ibrahima G. TRAORE and Ousmane KOITA

To implement an immuno-regulatory approach for reducing or preventing the onset of AIDS symptoms in HIV+ individuals we conducted a single blind nine-month randomized clinical trial to evaluate the impact of low-dose naltrexone (LDN) on asymptomatic HIV+ Mali adults undergoing antiretroviral (ART) treatment with CD4 counts below 350 cell/mm3. We measured differences between groups in CD4 count, CD4%, hemoglobin, viral load, interferon alpha, and standard chemistry panel five times during the clinical period. The random mixed model and restricted maximum likelihood method for estimating slopes for repeated measures on subjects were used to predict CD4 counts and CD4%.

The improvement in CD4 count in the treatment group (51 subjects) was significantly greater than the control group (49 subjects) at 6 months (p = 0.041) and marginally at 9 months (p = 0.067). Improvement in CD4% in the treatment group also was observed throughout the clinical period but these increases were not significant relative to the control group. Since, for this period of time, the combination of LDN + ART appears to be more effective in increasing CD4 count, and since LDN is inexpensive, easy to administer and without side effects, further exploration of LDN together with ARV treatment is recommended.

 

Anno 2011

In questo studio su pazienti con Crohn gli autori affermano: “La terapia con LDN migliora la clinica e riduce l’attività infiammatoria in pazienti con Crohn (con la forma moderata-severa) rispetto al placebo”.

 Therapy with the Opioid Antagonist Naltrexone Promotes Mucosal Healing in Active Crohn’s Disease: A Randomized Placebo-Controlled Trial.

Smith JP, Bingaman SI, Ruggiero F, Mauger DT, Mukherjee A, McGovern CO, Zagon IS.

Department of Medicine, The Pennsylvania State University, College of Medicine, GI Medicine H-045, 500 University Drive, Hershey, PA, 17033, USA, jsmith2@psu.edu.

BACKGROUND: Endogenous opioid peptides have been shown to play a role in the development and/or perpetuation of inflammation. We hypothesize that the endogenous opioid system is involved in inflammatory bowel disease, and antagonism of the opioid-opioid receptor will lead to reversal of inflammation.

AIMS: A randomized double-blind placebo-controlled study was designed to test the efficacy and safety of an opioid antagonist for 12 weeks in adults with active Crohn’s disease.

METHODS: Forty subjects with active Crohn’s disease were enrolled in the study. Randomized patients received daily oral administration of 4.5-mg naltrexone or placebo. Providers and patients were masked to treatment assignment. The primary outcome was the proportion of subjects in each arm with a 70-point decline in Crohn’s Disease Activity Index score (CDAI). The secondary outcome included mucosal healing based upon colonoscopy appearance and histology.

RESULTS: Eighty-eight percent of those treated with naltrexone had at least a 70-point decline in CDAI scores compared to 40% of placebo-treated patients (p = 0.009). After 12 weeks, 78% of subjects treated with naltrexone exhibited an endoscopic response as indicated by a 5-point decline in the Crohn’s disease endoscopy index severity score (CDEIS) from baseline compared to 28% response in placebo-treated controls (p = 0.008), and 33% achieved remission with a CDEIS score <6, whereas only 8% of those on placebo showed the same change. Fatigue was the only side effect reported that was significantly greater in subjects receiving placebo.

CONCLUSIONS: Naltrexone improves clinical and inflammatory activity of subjects with moderate to severe Crohn’s disease compared to placebo-treated controls. Strategies to alter the endogenous opioid system provide promise for the treatment of Crohn’s disease.

 

Anno 2012

In questo studio su bambini affetti da Morbo di Crohn gli autori concludono: “La terapia con LDN sembra sicura nei bambini affetti da Morbo di Crohn e può ridurre l’attività della malattia”.

J Clin Gastroenterol. 2012 Nov 21.

Safety and Tolerability of Low-dose Naltrexone Therapy in Children With Moderate to Severe Crohn’s Disease: A Pilot Study.

Smith JP, Field D, Bingaman SI, Evans R, Mauger DT.

Departments of *Medicine †Pediatrics ‡Public Health Sciences, College of Medicine, Pennsylvania State University, Hershey, PA.

BACKGROUND: There is an unmet need for safe and effective medicines to treat children with Crohn’s disease. Recently, investigations have shown an association between endogenous opioid peptides and inflammatory cells.

AIMS: The aims of this study were to evaluate the safety and tolerability of an opioid antagonist, naltrexone, in children with moderate to severe Crohn’s disease.

METHODS: A pilot clinical trial was conducted in children with moderate to severe Crohn’s disease. Fourteen subjects with a mean age of 12.3 years (range, 8 to 17 y) were enrolled. Children were randomized to placebo or naltrexone (0.1 mg/kg) orally for 8 weeks followed by open-labeled treatment with 8 additional weeks of naltrexone. Safety and toxicity were monitored by physical examinations and blood chemistries. Clinical activity was assessed by the Pediatric Crohn’s Disease Activity Index (PCDAI) and Quality of life was monitored by the Impact III survey.

RESULTS: Oral naltrexone was well tolerated without any serious adverse events in children with moderate to severe Crohn’s disease. PCDAI scores significantly decreased from pretreatment values (34.2±3.3) with an 8-week course of naltrexone therapy (21.7±3.9) (P=0.005). Twenty-five percent of those treated with naltrexone were considered in remission (score ≤10) and 67% had improved with mild disease activity (decrease in PCDAI score by at least 10 points) at the end of the study. Systemic and social quality of life improved with naltrexone treatment (P=0.035).

CONCLUSIONS: Naltrexone therapy seems safe with limited toxicity when given to children with Crohn’s disease and may reduce disease activity.

 

Anno 2013

Gli autori di questo studio sulla Fibromialgia concludono: “La terapia con LDN ha un impatto benefico e specifico nei pazienti con Fibromialgia. Il farmaco si trova facilmente, costa poco, è sicuro e ben tollerato.”

Arthritis Rheum. 2013 Feb;65(2):529-38. doi: 10.1002/art.37734.

Low-dose naltrexone for the treatment of fibromyalgia: findings of a small, randomized, double-blind, placebo-controlled, counterbalanced, crossover trial assessing daily pain levels.

Younger J1, Noor N, McCue R, Mackey S.

Abstract

OBJECTIVE:

To determine whether low dosages (4.5 mg/day) of naltrexone reduce fibromyalgia severity as compared with the nonspecific effects of placebo. In this replication and extension study of a previous clinical trial, we tested the impact of low-dose naltrexone on daily self-reported pain. Secondary outcomes included general satisfaction with life, positive mood, sleep quality, and fatigue.

METHODS:

Thirty-one women with fibromyalgia participated in the randomized, double-blind, placebo-controlled, counterbalanced, crossover study. During the active drug phase, participants received 4.5 mg of oral naltrexone daily. An intensive longitudinal design was used to measure daily levels of pain.

RESULTS:

When contrasting the condition end points, we observed a significantly greater reduction of baseline pain in those taking low-dose naltrexone than in those taking placebo (28.8% reduction versus 18.0% reduction; P = 0.016). Low-dose naltrexone was also associated with improved general satisfaction with life (P = 0.045) and with improved mood (P = 0.039), but not improved fatigue or sleep. Thirty-two percent of participants met the criteria for response (defined as a significant reduction in pain plus a significant reduction in either fatigue or sleep problems) during low-dose naltrexone therapy, as contrasted with an 11% response rate during placebo therapy (P = 0.05). Low-dose naltrexone was rated equally tolerable as placebo, and no serious side effects were reported.

CONCLUSION:

The preliminary evidence continues to show that low-dose naltrexone has a specific and clinically beneficial impact on fibromyalgia pain. The medication is widely available, inexpensive, safe, and well-tolerated. Parallel-group randomized controlled trials are needed to fully determine the efficacy of the medication.

 

Anno 2014

In questo studio su pazienti con Carcinoma avanzato la terapia con LDN è stata eseguita associando anche l’acido lipoico e l’idrossicitrato.

Gli autori concludono: “Questi risultati molto preliminari suggeriscono la mancanza di tossicità e la probabile efficacia di questo trattamento nei pazienti con carcinoma avanzato resistente alla chemioterapia. Questi risultati sono in linea con i dati che si hanno sugli animali. Ci vuole a questo punto un trial randomizzato.”

Anticancer Res. 2014 Feb;34(2):973-80.

Metabolic treatment of cancer: intermediate results of a prospective case series.

Schwartz L1, Buhler L, Icard P, Lincet H, Steyaert JM.

Abstract

BACKGROUND:

The combination of hydroxycitrate and lipoic acid has been demonstrated by several laboratories to be effective in reducing murine cancer growth.

PATIENTS AND METHODS:

All patients had failed standard chemotherapy and were offered only palliative care by their referring oncologist. Karnofsky status was between 50 and 80. Life expectancy was estimated to be between 2 and 6 months. Ten consecutive patients with chemoresistant advanced metastatic cancer were offered compassionate metabolic treatment. They were treated with a combination of lipoic acid at 600 mg i.v. (Thioctacid), hydroxycitrate at 500 mg t.i.d. (Solgar) and low-dose naltrexone at 5 mg (Revia) at bedtime. Primary sites were lung carcinoma (n=2), colonic carcinoma (n=2), ovarian carcinoma (n=1), esophageal carcinoma (n=1), uterine sarcoma (n=1), cholangiocarcinoma (n=1), parotid carcinoma (n=1) and unknown primary (n=1). The patients had been heavily pre-treated. One patient had received four lines of chemotherapy, four patients three lines, four patients two lines and one patient had received radiation therapy and chemotherapy. An eleventh patient with advanced prostate cancer resistant to hormonotherapy treated with hydroxycitrate, lipoic acid and anti-androgen is also reported.

RESULTS:

One patient was unable to receive i.v. lipoic acid and was switched to oral lipoic acid (Tiobec). Toxicity was limited to transient nausea and vomiting. Two patients died of progressive disease within two months. Two other patients had to be switched to conventional chemotherapy combined with metabolic treatment, one of when had a subsequent dramatic tumor response. Disease in the other patients was either stable or very slowly progressive. The patient with hormone-resistant prostate cancer had a dramatic fall in Prostate-Specific Antigen (90%), which is still decreasing.

CONCLUSION:

These very primary results suggest the lack of toxicity and the probable efficacy of metabolic treatment in chemoresistant advanced carcinoma. It is also probable that metabolic treatment enhances the efficacy of cytotoxic chemotherapy. These results are in line with published animal data. A randomized clinical trial is warranted.

 

Elenco completo delle patologie che potrebbero giovarsi del LDN

Le patologie in cui i pazienti riferiscono aver riportato un giovamento non si limitano però a quelle citate nei lavori scientifici.

Qui potete trovare una lista esaustiva, come ho detto sopra, compilata dai pazienti.

http://honestmedicine.typepad.com/LDN%20CONDITIONS-ConditionswhereLDNcouldbeofbenefit.pdf

 

 

Conclusione

Credo di avere dato un panoramica della potenzialità di questo trattamento che ha 4 caratteristiche importanti:

1) Costa poco.

2) Non ha effetti collaterali significativi.

3) Ci sono molte possibilità (se avete la malattia “giusta”) che possa aiutarvi a migliorare i sintomi e la qualita della vita, qualche volta in maniera clamorosa.

4) Non è sponsorizzato da case farmaceutiche. Sono i pazienti che lo spingono e lo consigliano.

 

Se volete saperne di più potete scrivermi a questa mail andluchi@tin.it

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